di LUCIA MARIANO
Nel 2002, in Cisgiordania, una donna palestinese di nome Salma Zidane aveva un limoneto. Non era un simbolo, non era una bandiera, non era un'arma: era semplicemente il suo terreno, coltivato con i suoi alberi, il suo lavoro e il raccolto che quegli alberi le davano. Poi, accanto alla sua proprietà, venne costruita la casa dell'allora ministro della Difesa israeliano Shaul Mofaz. E improvvisamente quei limoni, che fino al giorno prima erano soltanto limoni, diventarono un problema.
Il ragionamento era quello della sicurezza: gli alberi potevano offrire copertura e impedire la sorveglianza della casa. Così si decise che dovevano essere abbattuti. Salma Zidane non accettò quella decisione e iniziò una battaglia legale che arrivò fino alla Corte Suprema israeliana. Da quella vicenda, qualche anno dopo, Eran Riklis trasse Il giardino di limoni, un film del 2008 che racconta proprio questo paradosso: una persona può ritrovarsi a difendere davanti alle istituzioni il diritto di continuare a possedere e coltivare gli alberi che ha sempre avuto, mentre dall'altra parte qualcuno, molto più potente, sostiene che quegli stessi alberi siano diventati improvvisamente una minaccia.
Per chi volesse vedere il film e conoscere questa storia attraverso il cinema, lascio qui il link: https://www.youtube.com/watch?v=VlYx8PbN00A
Mi è tornata in mente questa storia guardando quello che è successo nei giorni scorsi a Deir Nizam.
Perché siamo nel 2026, sono passati ventiquattro anni, e di nuovo ci sono alberi palestinesi che diventano un problema da eliminare. Questa volta sono ulivi. I bulldozer dell'esercito israeliano sono entrati nei terreni e hanno cominciato a sradicarli proprio alla vigilia della raccolta delle olive. Le immagini diffuse da Reuters mostrano le macchine mentre lavorano nei campi; i proprietari palestinesi raccontano di aver visto gli alberi spezzati e tirati fuori dalla terra. Le autorità israeliane hanno collegato l'operazione a ragioni di sicurezza e a un ordine militare relativo ai terreni interessati.
E qualcuno potrebbe chiedermi: ma con tutto quello che sta succedendo, con le persone che muoiono, con le case distrutte, con le famiglie spezzate, perché dovremmo fermarci a parlare degli alberi?
È una domanda legittima.
E la risposta è che non sto mettendo un albero sullo stesso piano di una persona. Non penso affatto che un ulivo valga quanto una vita umana. In una guerra, la morte di una persona è una tragedia infinitamente più grande della distruzione di un albero.
Ma proprio per questo gli alberi mi interessano.
Perché non sono qui per sostituire le persone nella storia. Sono qui per mostrarci, in una forma quasi elementare e visibile, come funziona il potere quando diventa prepotenza.
Un albero non spara, non combatte, non prende decisioni. Eppure può essere reciso perché qualcuno stabilisce che non deve più stare lì. Dietro quell'albero, però, c'è una persona che lo ha piantato, una famiglia che vive del raccolto, una terra che viene coltivata, una storia che viene tramandata.
E allora l'albero diventa una traccia.
Un modo per vedere ciò che accade alle persone anche quando non sono loro, materialmente, a essere colpite in quel momento.
La guerra è anche questo. Non soltanto la morte e la distruzione, ma anche lo sradicamento degli alberi, del lavoro, del raccolto, della memoria, della possibilità stessa di restare. E forse è proprio qui che si misura tutta la povertà della guerra: nel momento in cui non si accontenta di togliere la vita, ma arriva a colpire anche ciò che la vita ha fatto crescere.

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