di Lucia Mariano
La moglie ideale non è quella più appariscente: potrebbe avere avuto troppi fidanzati ed essere “portata a mettere qualche cornetto”. Meglio quella “meno appariscente”, “più seria”, “più affidabile”, una “buona madre di famiglia”. Dettaglio decisivo per la certificazione della virtù: “le gonne un po’ più lunghe”.
Capito il criterio?
La fedeltà si misura in centimetri di stoffa. La serietà in centimetri di pelle esposta. La rispettabilità, evidentemente, si indossa. Un uomo guarda una donna, ne valuta l'abbigliamento, ricostruisce la sua biografia sentimentale e infine stabilisce se sia materiale da moglie.
Non è una persona, è un curriculum morale con le gambe.
Ora facciamo un esperimento. Prendiamo esattamente questa logica e cambiamo soltanto il mittente. Se un Imam dicesse: scegli una donna con la gonna lunga, perché quella che si veste in modo più vistoso è meno seria, più tentata dal tradimento e meno adatta alla famiglia, probabilmente la destra griderebbe -giustamente -al patriarcato, al controllo del corpo femminile, alla morale imposta alle donne. Quando lo dice Tajani, invece, diventa un “consiglio per il figlio”.
Il problema non è la gonna lunga. Né quella corta. Il problema è l'idea che la gonna possa funzionare da certificato di virtù.
La destra offre una prestazione quasi comica: individua il patriarcato con straordinaria precisione quando lo trova nella casa altrui, ma quando lo incontra nel proprio salotto lo scambia per buon senso, tradizione e premura paterna.
Il patriarcato, del resto, ha molte mise: talvolta impone il velo, talvolta raccomanda la gonna lunga, talvolta si presenta in giacca e cravatta e dispensa consigli matrimoniali. La stoffa cambia. La pretesa resta: un uomo decide quale abbigliamento renda una donna rispettabile.
Naturalmente, una frase di Tajani non equivale alle coercizioni di un regime teocratico. Confondere un'opinione con una legge sarebbe intellettualmente pigro. Ma fingere che non esista alcuna parentela tra le due logiche sarebbe altrettanto comodo. In entrambi i casi, il corpo femminile viene sottoposto a una lettura morale da parte di un'autorità maschile. La differenza è che, in un caso, la prescrizione può diventare violenza istituzionale; nell'altro si presenta come consiglio, galanteria, educazione sentimentale.
Il dominio non comincia sempre con la polizia morale. A volte comincia con una battuta. Con un “io a mio figlio direi”. Con una gonna. E poi ci si stupisce se qualcuno fa notare che il problema non è soltanto chi obbliga una donna a coprirsi. È anche chi pretende di stabilire quanto debba scoprirsi per essere considerata degna.
Ma tranquilli: se il consiglio arriva da un Ministro Italiano, non è patriarcato. È sartoria morale. Con tanto di certificato di buona famiglia.

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