La scena in cui alcuni leader religiosi evangelici impongono le mani sul presidente Donald Trump nello Studio Ovale, invocando lo Spirito Santo affinché guidi le sue decisioni politiche e militari, può essere interpretata, da un punto di vista filosofico, come un episodio di teologia politica operante. Non si tratta soltanto di un atto devozionale, ma di un gesto simbolico che inserisce il potere decisionale di un Capo di Stato dentro una struttura di legittimazione trascendente.
Il problema filosofico non consiste nella fede personale del leader né nella libertà religiosa di chi lo circonda. Il nodo teorico riguarda piuttosto la configurazione della responsabilità morale quando la decisione politica viene inscritta entro una cornice teologica.
Nella modernità politica la responsabilità delle decisioni appartiene all’agente umano che le prende. L’ordine politico moderno, infatti, presuppone che il potere sia imputabile: chi decide è responsabile delle conseguenze della decisione.
Questo principio è centrale nella filosofia morale di Immanuel Kant, per il quale l’agente morale è responsabile delle proprie azioni proprio perché è libero e autonomo. La moralità presuppone l’autonomia della volontà: l’uomo deve poter rispondere delle proprie decisioni davanti alla ragione.
Quando però l’azione politica viene presentata come guidata da Dio, voluta e compiuta in nome di Gesù, si introduce una forma di eteronomia teologica: la decisione non appare più come risultato della deliberazione umana, ma come possibile manifestazione di una volontà trascendente.
In questa prospettiva si produce una trasformazione radicale della struttura della responsabilità.
La catena causale che conduce agli effetti dell’azione non termina più nell’agente umano. Essa viene simbolicamente prolungata verso il principio divino che avrebbe ispirato o benedetto la decisione.
Quando tale dinamica riguarda decisioni di guerra, il problema assume una portata ancora più drammatica. Se la guerra viene percepita come voluta o sostenuta da Dio, la responsabilità delle morti che ne derivano tende a essere trasferita dalla sfera umana alla sfera trascendente e necessitata.
In questo modo la violenza storica può essere interpretata come parte di un disegno provvidenziale. La storia conosce già dinamiche simili:
Il punto filosoficamente più problematico, tuttavia, riguarda l’immagine stessa di Dio che emerge da questa dinamica.
Nella tradizione biblica e cristiana Dio è il principio della vita: il creatore che genera l’essere dal nulla e che infonde il soffio vitale nella materia inerte. Dio è colui che dona la vita.
Ma quando la violenza storica viene sacralizzata, questa immagine subisce una trasformazione simbolica. Il Dio della vita viene implicitamente convertito nel garante trascendente della distruzione prodotta dalla storia umana.
In altre parole, Dio diventa il fondamento simbolico della morte che gli uomini producono.
Per comprendere fino in fondo la portata di questo rovesciamento è utile richiamare la tradizione mistica e filosofica europea, in particolare il pensiero di Meister Eckhart.
Eckhart sviluppa una concezione radicale del rapporto tra Dio e l’uomo. Nella sua mistica compare l’idea del “fondo dell’anima” (Grund), una dimensione profonda dell’essere umano in cui Dio nasce continuamente, essendo sempre presente come possibilità assoluta. In questo fondo spirituale, secondo Eckhart, l’uomo può incontrare il divino perché il divino abita già nella profondità dell’anima.
Eckhart utilizza spesso immagini simboliche per descrivere questa relazione. Una delle più suggestive è quella dello specchio: Dio si riflette nell’anima umana come in uno specchio, e l’uomo, contemplando questa immagine, riconosce la presenza del divino in sé.
In questa prospettiva mistica la relazione tra Dio e l’uomo è dinamica: l’uomo si eleva verso Dio riconoscendo che il divino è già presente nella sua interiorità.
Un’altra immagine ricorrente nella mistica medievale è quella della fonte zampillante. Nell’interiorità dell’uomo esiste una sorgente spirituale da cui sgorga la vita divina. Questa immagine esprime l’idea che la presenza di Dio nell’uomo non sia statica ma dinamica, una sorgente viva che continuamente genera vita spirituale.
Questa intuizione mistica trova risonanze nella tradizione platonica. In Platone, l’anima possiede una dimensione divina e può elevarsi verso il mondo delle idee.
Nel Rinascimento, Marsilio Ficino interpreta l’uomo come un essere posto al centro dell’universo, capace di ascendere verso il divino attraverso la conoscenza e l’amore.
Questa visione raggiunge la sua formulazione più celebre nell’“Oratio de hominis dignitate” di Giovanni Pico della Mirandola, dove l’uomo viene descritto come un essere indeterminato che può elevarsi fino alla dimensione angelica oppure degradarsi verso la dimensione animale. L’uomo, dice Pico, è libero di diventare ciò che sceglie di essere.
In tutta questa tradizione filosofica e mistica il movimento fondamentale è ascensionale: l’uomo può elevarsi verso Dio perché il divino è già presente nella sua interiorità. Cioè, l'uomo può diventare Dio, diventare Uno. Si può verificare, così, un rovesciamento, dall'uomo in Dio.
La scena politica contemporanea può essere interpretata come una configurazione simbolica completamente diversa, che potremmo definire rovesciamento del rovesciamento.
Con la speculazione metafisica sull’anima l’uomo si eleva verso Dio riconoscendo la presenza del divino in sé. Nel dispositivo teologico-politico contemporaneo accade invece qualcosa di opposto: Dio viene simbolicamente chiamato a operare attraverso la decisione di un uomo politico.
Qui non è l’uomo che si eleva verso Dio. È Dio che sembra essere ricondotto alla dimensione dell’azione umana.
La sacralizzazione del potere non divinizza la politica: umanizza Dio fino a ridurlo a strumento della decisione umana.
Se la decisione politica viene presentata come guidata dallo Spirito Santo attraverso l’imposizione delle mani dei ministri religiosi, allora le decisioni storiche del leader politico possono apparire come decisioni divine.
In questo schema simbolico si produce un’inversione radicale:
• nella mistica eckhartiana l’uomo scopre Dio dentro di sé e si eleva verso il divino;
• nel dispositivo teologico-politico contemporaneo Dio sembra discendere nell’uomo politico per operare nella storia attraverso le sue decisioni.
Il movimento ascensionale della mistica diventa un movimento discensionale del potere.
Il risultato è un capovolgimento teologico: Dio non è più il principio trascendente verso cui l’uomo tende, ma diventa il principio che agirebbe nelle decisioni contingenti di un attore politico.
Questo implica una trasformazione radicale della responsabilità storica.
Se le decisioni politiche sono interpretate come decisioni guidate da Dio, allora la responsabilità delle conseguenze non appare più interamente umana.
È proprio contro questa dissoluzione della responsabilità che si muove la riflessione di Søren Kierkegaard, il quale insiste sul fatto che il rapporto con Dio è sempre un rapporto individuale e non può essere trasformato in strumento di potere storico.
Anche la critica di Friedrich Nietzsche alla religione come strumento di legittimazione del potere può essere letta in questa prospettiva: quando il linguaggio religioso viene utilizzato per giustificare l’azione storica, esso rischia di diventare una maschera simbolica della volontà di potenza.
Il problema filosofico decisivo diventa allora il seguente.
Quando il potere politico parla in nome di Dio, non si limita a trasformare la politica: trasforma anche l’immagine stessa del divino.
Il Dio della vita rischia di diventare il Dio della morte storica.
Il Dio trascendente diventa il Dio che decide attraverso le scelte contingenti di un uomo.
Ed è in questo punto che il rovesciamento diventa completo: non è più l’uomo che cerca di elevarsi verso Dio, ma è Dio che viene simbolicamente abbassato alla dimensione delle decisioni storiche dell’uomo.
Il divino non appare più come principio trascendente che giudica la storia, ma come principio che opera dentro la storia attraverso il potere umano.
Ed è proprio questa identificazione tra volontà divina e decisione politica che rende la sacralizzazione del potere uno dei problemi più delicati e filosoficamente inquietanti della storia delle civiltà.
In questi momenti il compito della filosofia diventa essenziale: riportare le decisioni storiche alla responsabilità degli uomini.
Il mondo dorme.
Dormono le coscienze. Dormono gli sguardi, anestetizzati dalle abitudini consolidate.
Abitudini che ci convincono a non chiedere, a non dubitare, a non interrogare.
Abitudini secondo cui la realtà si accetta così com’è, secondo cui le decisioni del potere sono inevitabili, secondo cui la storia accade senza responsabilità nostra.
È qui che interviene la filosofia.
È qui che interviene il filosofo.
Chi meglio del filosofo è abituato a guardare da prospettive diverse?
Chi meglio del pensatore critico sa smontare le apparenze, vedere ciò che è nascosto, intuire ciò che gli altri ignorano o rifiutano di vedere?
Chi meglio dello storico delle idee sa leggere la storia non come inevitabile, ma come costruita, plasmata dalle scelte degli uomini?
Il compito della filosofia oggi è risvegliare le coscienze.
Non per piacere, non per spettacolo, non per compiacere.
Ma per far capire che ciò che si prepara è gravissimo.
Non venti di guerra: tempeste di guerra, legittimate, sante, proclamate come necessità.
Quando un uomo cerca l’approvazione dei propri piani di morte in Dio, quando aspira a compiere azioni gloriose che lo trasformano in arbitro della vita e della morte, allora il mondo sta correndo verso il baratro.
E chi può denunciare tutto questo? Chi può far vedere ciò che la maggior parte delle persone, non allenata al pensiero critico, non è capace di vedere?
Il filosofo.
Il pensiero filosofico diventa strumento di resistenza, diventa mezzo per rompere le abitudini, per infrangere la cecità consueta, per svegliare chi dorme e far vedere la realtà in tutta la sua terribile grandezza.
Il filosofo oggi deve gridare: svegliatevi!
Svegliatevi dalla comodità delle abitudini mentali.
Svegliatevi dal sonno che consente ai potenti di invocare Dio per giustificare ciò che è disumano.
La filosofia deve scuotere. Deve disturbare. Deve rompere il silenzio delle coscienze addormentate.
Deve restituire agli uomini la responsabilità delle loro azioni.
Deve illuminare ciò che è nascosto dietro le preghiere pubbliche, i rituali e le legittimazioni apparenti.
E il messaggio è chiaro, radicale, urgente: non aspettate.
Non aspettate che le tempeste diventino catastrofi.
Non aspettate che la storia vi travolga mentre dormite.
Non fatevi ingannare dal potere che traveste la violenza da volontà divina.
Il tempo della filosofia è il tempo del risveglio.
Il tempo del pensiero critico è il tempo della resistenza.
Il tempo del filosofo è il tempo del grido:
Svegliatevi! Fate sentire la vostra voce!
Perché chi tace davanti alla menzogna diventa complice.
E chi tace davanti alla storia che si prepara tradisce se stesso, la propria coscienza e il futuro degli altri.
Il filosofo non offre consolazione: offre verità.
E chi ascolta deve rispondere, ora.
Prima che sia troppo tardi.
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Video della preghiera:
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