di Lucia Mariano
Ieri sono entrata nel Parco Archeologico di Rudiae e la sensazione è stata immediata, quasi fisica, difficile da dire senza scivolare in qualcosa che sembra eccesso e invece è soltanto precisione del sentire: non ero io a guardare il luogo, era il luogo a imporsi sul mio sguardo. Come se la terra riconoscesse i passi. Come se io fossi attesa, e non semplicemente arrivata.
Partecipavo a uno degli appuntamenti gratuiti di primavera, e l’esperienza si è aperta come una fessura luminosa dentro la materia del tempo. C’era una partecipazione sentita, attenta, viva, ma ciò che colpiva non era la quantità delle presenze: era il loro modo di stare, come se tutti fossero, lentamente, spostati fuori dal ritmo consueto, dentro un tempo altro, non quello della visita ma quello dell’ascolto. Un rallentamento collettivo, quasi imposto da una forza silenziosa che non si vede ma si percepisce.
Rudiae, però, non si lascia contenere nella definizione di sito archeologico. O meglio, lo è, ma questa parola non la esaurisce. Essa è una creatura antica che non ha mai smesso di respirare sotto il presente, una città che non è finita, una frase che non ha ancora trovato il suo punto. Sorge alle porte di Lecce e porta dentro di sé due mondi sovrapposti, messapico e romano, che non si sono mai davvero cancellati: si sfiorano, si attraversano, continuano a vibrare come strati della stessa eredità.
Camminarci dentro significa perdere progressivamente il confine tra chi osserva e ciò che viene osservato. A un certo punto non sei più tu a seguire un percorso: è il percorso che ti prende, ti sposta, ti entra sotto la pelle. Le pietre non sono immobili né mute; hanno una forma di riconoscimento, una memoria che sembra attiva, come se sapessero chi passa e perché.
La visita è stata guidata dal Dottor Pio Panarelli, con una voce che non si limitava a raccontare, ma apriva varchi. Non spiegava Rudiae: la faceva riemergere. E mentre parlava, si aveva la sensazione che anche lui fosse dentro quel doppio movimento, dentro e fuori il tempo del racconto, come se il sito non fosse davanti a noi ma intorno, sopra, e soprattutto dentro di noi, in una sovrapposizione continua tra parola e materia.
Il percorso si è concentrato su due nuclei fondamentali: l’area sacra e l’anfiteatro. Due poli opposti e insieme complementari, due modi attraverso cui una città antica decideva di esistere nel mondo: il sacro e il sangue, la memoria e lo spettacolo, il silenzio e il grido.
L’area sacra è il punto in cui Rudiae smette di essere soltanto luogo e diventa presenza. Si colloca all’incrocio delle principali strade dell’antico insediamento, come se tutto dovesse necessariamente passare di lì, come se nulla potesse evitarla. Ha una pianta rettangolare, circa venti per dodici metri, costruita con blocchi enormi di pietra, e conserva ambienti che comunicano ancora tra loro.
Ed è proprio lì che accade qualcosa di difficile da tradurre: non si immagina il passato, lo si percepisce come pressione. Non come ricostruzione mentale, ma come presenza fisica, come se sotto i piedi qualcosa continuasse a ricordare.
Durante la visita è stata proposta una lettura interpretativa importante: questo spazio potrebbe essere un heroon, cioè un luogo destinato al culto degli eroi. Una soglia sacra, dunque, tra umano e memoria elevata, tra storia e trasfigurazione.
E sempre a Rudiae il nome di Quinto Ennio si accende come una presenza che non ha bisogno di essere dimostrata per esistere nel racconto del luogo. Nato qui nel 239 a.C., poco dopo la conquista romana, appartiene a quel tempo in cui la storia non è ancora fissata ma si sta ancora formando, instabile, aperta. Rudiae allora non era ancora Roma e non era ancora del tutto altro: era una soglia, un passaggio.
Il Dottor Panarelli ha ricordato anche il nome dei Sallentini, con due elle, così come riportato da Varrone. E in quell’ascolto si imponeva un pensiero semplice e insieme vertiginoso: i nomi non sono mai soltanto nomi, sono già interpretazioni del mondo. È stata evocata anche l’ipotesi che quel termine nasca dall’idea del mare come incontro, attraversamento, fusione di popoli diversi. Se per i Messapi questa era la terra tra due mari, per lo sguardo romano diventava la terra che nasce dal mare. Non una definizione stabile, ma una tensione.
Poi il passaggio verso l’anfiteatro romano, costruito in età traianea, tra il 98 e il 117 d.C. Anche qui la storia si appoggia su frammenti, su ricostruzioni, su ciò che resta e su ciò che viene immaginato. Eppure, davanti a quella struttura, la distanza con il passato sembra crollare: resta la materia, resta il vuoto pieno, resta la eco di qualcosa che ha avuto corpi, voci, urla.
L’anfiteatro racconta la vita pubblica dell’antica città, gli spettacoli, gli scontri tra gladiatori, i momenti collettivi che univano la comunità. Ma oggi tutto questo sopravvive come traccia, come possibilità ricostruita nello sguardo di chi osserva. Ed è proprio davanti a quell’arena che si è soffermato il racconto su Otacilia Secundilla, figura femminile che emerge dalle iscrizioni e dalle interpretazioni epigrafiche, e che viene collegata, secondo una possibile lettura, alla realizzazione dell’anfiteatro attraverso un’iscrizione che la associa al termine amphiteatrum, sempre però nel senso di un’interpretazione che si appoggia alle fonti senza chiuderle in una certezza definitiva.
Se questa lettura corrispondesse al dato storico, si aprirebbe la figura di una donna capace di intervenire nello spazio pubblico attraverso risorse proprie, lasciando una traccia concreta nella struttura della città. E accanto a questo si colloca anche la possibile presenza della sua figura nel Digesto di Giustiniano, dove emerge una controversia ereditaria legata ai beni familiari, sempre nel campo di una ricostruzione interpretativa che la inserisce nelle dinamiche giuridiche e patrimoniali del mondo romano.
Otacilia Secundilla appare così come una presenza che non si lascia chiudere in un’unica definizione, ma che attraversa documenti, iscrizioni, interpretazioni, continuando a emergere dalle pietre come una figura che resiste al tempo. E accanto a lei resta il nome di Quinto Ennio, riconosciuto dalla tradizione come padre della letteratura latina, colui che ha dato forma poetica alle origini di Roma, e che continua a vibrare più come presenza che come definizione.
Ogni passo dentro Rudiae restituisce questa percezione: non si sta semplicemente guardando un luogo, si viene attraversati da esso. Le pietre non spiegano, trattengono. E ciò che resta non coincide mai soltanto con il visibile, ma con ciò che continua a insistere sotto la superficie del visibile, come una memoria che non ha ancora smesso di accadere.
Il pubblico, numeroso e attento, sembrava cercare proprio questo: un punto di contatto con qualcosa che precede il presente e lo oltrepassa. Non una semplice visita guidata, dunque, ma un’esperienza condivisa di memoria. E il Parco Archeologico di Rudiae, attraverso queste iniziative, non conserva soltanto il passato: lo riattiva, lo rende di nuovo attraversabile, ancora percepibile, come se il tempo, per un istante, non fosse mai davvero finito.
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