Ieri sera abbiamo assistito alla proiezione di un film, partecipando a qualcosa di raro: un momento collettivo di coscienza. Un evento nazionale che, in contemporanea in oltre cento sale italiane, ha trasformato il cinema in uno spazio politico, umano e morale.
The Sea è un’opera cinematografica, è una domanda rivolta allo spettatore. Una domanda scomoda, che riguarda il significato stesso della libertà, della dignità e del diritto all’infanzia.
Il film racconta il viaggio di Khaled, un bambino palestinese che vive a un’ora dal mare ma che, di fatto, non può raggiungerlo. Ed è proprio qui che il cinema smette di essere racconto e diventa metafora universale: cosa significa vivere così vicino a qualcosa di essenziale e allo stesso tempo esserne separati da muri invisibili, checkpoint, autorizzazioni, paura?
Guardando questo film ho avuto la sensazione che il mare non fosse soltanto il mare. Il mare diventava la libertà. Diventava la normalità negata. Diventava quella dimensione minima dell’esistenza che noi consideriamo naturale e che invece, per milioni di persone, è un privilegio irraggiungibile.
Non è un caso che il film abbia suscitato reazioni tanto forti. Alcuni commentatori internazionali lo hanno considerato uno dei film più coraggiosi degli ultimi anni, altri hanno parlato di un’opera capace di demolire il linguaggio dell’indifferenza. Personalmente, credo che la forza di questo film stia proprio nel fatto che non urla mai. Non cerca propaganda, non costruisce retorica. Mostra semplicemente la vita quotidiana trasformata in sopravvivenza. E forse è proprio questo che lo rende così devastante. La vera grandezza di The Sea è, infatti,che non ci mette davanti a un conflitto. Ci mette davanti a esseri umani. E quando un’opera riesce a restituire umanità dove il linguaggio politico produce soltanto numeri, allora quell’opera diventa necessaria.
La proiezione di ieri ha avuto inoltre una forza particolare perché dopo il film si è aperto un momento di confronto che, a mio avviso, è stato persino più importante della visione stessa.
Tra gli interventi, ho apprezzato maggiormente quello del dottor Enzo Porpiglia, che ha portato una testimonianza diretta, concreta, umana, di ciò che significa operare oggi a Gaza. La differenza tra chi commenta una tragedia e chi la vive sul campo sta tutta nello sguardo. E ieri quello sguardo si sentiva. Il dottor Porpiglia ha raccontato con lucidità che ciò che noi vediamo - le immagini, i video, le macerie, il dolore - è soltanto la punta dell’iceberg. Dietro ciò che arriva sugli schermi esiste una realtà molto più profonda e drammatica: ospedali senza strumenti, medici senza mezzi, operatori umanitari costretti a lavorare in condizioni impossibili. Spesso parliamo di “aiuti umanitari” in maniera astratta, come se bastasse nominarli perché esistano davvero. Invece ieri è stato spiegato chiaramente che molti degli strumenti necessari per curare, assistere, salvare vite, semplicemente non arrivano. Sono bloccati. Fermati. Impediti.
E, allora mi chiedo: cosa resta dell’etica internazionale quando persino la medicina viene ostacolata? Cosa resta dell’umanità quando il soccorso diventa impossibile?
La professione medica, nella sua essenza più pura, rappresenta il tentativo dell’uomo di opporsi alla sofferenza. Impedire o limitare quella possibilità significa colpire qualcosa che va oltre la politica: significa colpire l’idea stessa di civiltà.
Subito dopo si è collegato il capitano della Global Sumud Flotilla, ed è stato un intervento che ho trovato profondamente autentico. Ha definito la Flotilla una manifestazione in mezzo al mare. Ed è una definizione potentissima. Perché oggi il mare non è soltanto uno spazio geografico. È diventato uno spazio simbolico. Uno spazio di confine tra ciò che il mondo sceglie di vedere e ciò che decide di ignorare. La Flottilla, infatti, oltre agli aiuti materiali porta attenzione. Porta presenza. Porta luce su qualcosa di cui troppo spesso non si parla più. Viviamo in un’epoca in cui anche le tragedie hanno una durata mediatica limitata. Dopo un certo tempo il dolore smette di fare notizia. E quando una tragedia smette di fare notizia, rischia di diventare normale. Per questo ho trovato molto vera l’idea che la Flottilla serva a riaccendere la luce. Perché il silenzio, in certe situazioni, diventa una forma di complicità morale. E soprattutto porta quegli aiuti che servono davvero: strumenti medici, sostegno umanitario, beni essenziali per una popolazione che continua a vivere in una condizione di privazione costante. C’è stata poi una frase finale che mi è rimasta impressa e che credo meriti di essere ricordata. Ha detto: Prima o poi tutto il mondo diventerà Gaza, se non si ferma quello che sta succedendo a Gaza. Ed è una frase che va oltre il contesto specifico. È una frase che parla del rischio della disumanizzazione globale. Perché quando il dolore degli altri smette di indignarci, il problema non riguarda più soltanto gli altri. Riguarda noi. Riguarda il modello di umanità che stiamo costruendo.
Devo invece dire con sincerità che non ho apprezzato l’intervento di Francesca Albanese.
E non per il contenuto politico, ma per il modo in cui è stato gestito.
Stavamo parlando di una tragedia umanitaria immensa, di morte, fame, distruzione, impossibilità di curare e di sopravvivere. Per questo ho trovato profondamente irrispettoso collegarsi da un ristorante, con rumori di piatti, voci di sottofondo e un audio che rendeva quasi impossibile seguire con continuità il discorso.
Credo che la forma, soprattutto in certi contesti, abbia un peso etico. Quando si affrontano temi così drammatici, anche il modo in cui ci si presenta comunica qualcosa.
E ho trovato ancora più fuori luogo la promozione del proprio libro durante un confronto dedicato a Gaza. Personalmente l’ho percepita come una caduta di sensibilità. In un momento che avrebbe dovuto restare interamente dedicato alla sofferenza umana e alla riflessione collettiva, trasformare anche solo per pochi minuti quello spazio in promozione personale mi è sembrato stonato.
La serata di ieri, però, al di là di tutto, ha avuto il merito di ricordarci una cosa fondamentale: il cinema non serve soltanto a intrattenere. Può ancora essere uno strumento di coscienza.
E forse oggi ne abbiamo bisogno più che mai.
C’è poi un’ultima immagine del film che continua a tornarmi in mente, quasi come accade con certi dettagli nei sogni: elementi apparentemente secondari che però, inspiegabilmente, rimangono impressi più delle scene principali.
In una delle sequenze finali, nel momento più tragico del film - durante l’arresto del bambino e di suo padre - il mio sguardo è stato catturato da una scritta su un muro giallo, parzialmente nascosta da un palo della pubblica illuminazione. Quello che riuscivo a leggere era: “TRUM … dor 5”.
Non “Trump” in modo chiaramente leggibile. Non una frase completa. Soltanto “TRUM”, poi il palo, poi “dor 5”. Eppure, in maniera quasi automatica, il mio cervello ha completato quella parola trasformandola in “Trump”. Razionalmente so che dietro quel palo probabilmente non c’era nemmeno una “P”. Anzi, potevano esserci più lettere, un’altra parola, un significato completamente diverso. Ma il punto interessante è proprio questo: il fatto che la mente contemporanea, davanti a quel frammento visivo, venga quasi condizionata a leggere “Trump”. Ed è qui che il cinema diventa qualcosa di molto più profondo di una semplice narrazione. La psicologia della percezione spiega che il cervello umano non sopporta il vuoto. Noi completiamo continuamente immagini incomplete, costruiamo connessioni, attribuiamo significati. La Gestalt lo definisce principio di chiusura: davanti a una forma spezzata, la mente tende automaticamente a ricostruirla. Ma in questo caso credo ci sia qualcosa di ancora più interessante. Perché non completiamo mai le immagini in modo neutro. Le completiamo attraverso il nostro tempo storico, le nostre paure, i simboli che abitano inconsciamente la nostra epoca.
E oggi il nome Trump non è più soltanto il nome di un uomo politico. È diventato un simbolo globale. Evoca muri, separazioni, confini, forza, dominio, polarizzazione, ridefinizione brutale degli equilibri internazionali.
Per questo, vedere quel frammento - “TRUM” - nel momento più drammatico del film, proprio durante l’arresto di un minore e di suo padre, produce inevitabilmente una reazione emotiva e simbolica fortissima.
Quasi un cortocircuito inconscio.
Non so se il regista lo abbia voluto. Anzi, credo sia molto possibile che non ci fosse alcuna intenzione esplicita. Ma il cinema, come tutta la grande arte, spesso genera significati anche oltre la volontà stessa dell’autore. Esistono immagini che parlano da sole perché intercettano l’inconscio collettivo di un’epoca.
E poi c’è quella seconda parte: “dor 5”.
“Dor” richiama inevitabilmente la parola “dolore”. E questo rende tutto ancora più perturbante. Perché improvvisamente quella scritta spezzata sembra trasformarsi in una sintesi involontaria del nostro presente: Trump, dolore.
Quanto al numero cinque, non so se esista davvero un significato preciso. Sarebbe scorretto inventarlo. Però il numero 5, simbolicamente, è spesso il numero dell’uomo, della materia, dell’esperienza concreta. Cinque sono i sensi, cinque le dita della mano, cinque le estremità del corpo umano nella rappresentazione classica. Ma il cinque è anche il numero del passaggio, della crisi, del cambiamento. Non rappresenta una stabilità compiuta: rappresenta una soglia. E allora quel “5”, collocato proprio accanto al dolore e dentro una scena di arresto, sembra quasi suggerire l’idea di un’umanità arrivata a un punto di passaggio decisivo. Una porta simbolica attraverso cui stiamo entrando collettivamente.
Forse sto sovrainterpretando. È possibile. Ma filosofare davanti a un’opera d’arte significa anche questo: interrogare i dettagli, ascoltare ciò che emerge ai margini, prendere sul serio le immagini che ci inseguono anche dopo la fine del film.
Perché a volte i simboli più potenti non sono quelli dichiarati apertamente.
Sono quelli che sembrano casuali.
E proprio per questo riescono a parlarci ancora più in profondità.
E allora, dopo quella scritta sul muro - quel frammento spezzato, “TRUM … dor 5”, apparso nel momento più estremo del film - resta una sensazione difficile da sciogliere, come se l’immagine non si esaurisse nella scena ma continuasse a lavorare dentro lo spettatore.
Ed è proprio qui che il film, nella sua interezza, rivela forse la sua funzione più profonda: non quella di raccontare una storia, ma di produrre interrogativi.
Perché ciò che resta, alla fine, non è una risposta. È una domanda radicale che riguarda la giustizia.
Che cosa è giusto?
È giusto che un bambino non possa vedere il mare, pur vivendone a pochi chilometri di distanza, perché la sua esistenza è delimitata da confini burocratici e dispositivi di controllo?
È giusto che la libertà di movimento diventi una concessione, e non un diritto?
È giusto che la logica della guerra trasformi la vita quotidiana in una struttura di esclusione permanente, dove anche la sopravvivenza diventa regolata da autorizzazioni?
E ancora: è giusto che chi cura debba operare senza strumenti, perché gli aiuti vengono bloccati, rallentati, impediti? E che chi interviene umanitariamente si trovi sospeso tra l’urgenza del soccorso e il vincolo della legge?
Qui si apre una frattura antica del pensiero politico.
Michel de Montaigne scriveva che les lois se maintiennent en crédit non pas parce qu’elles sont justes, mais parce qu’elles sont lois. Le leggi mantengono la loro autorità non perché siano giuste, ma perché sono leggi: perché si fondano su un principio che non è morale, ma istituzionale, su un fondamento mistico dell’autorità.
Ed è qui che il problema diventa vertiginoso.
Perché se la legge è tale semplicemente perché è legge, allora il criterio della giustizia rischia di separarsi dalla legge stessa. E quando questo accade, ci troviamo davanti a una domanda che attraversa tutta la storia dell’etica e della politica: è l’uomo a servire la legge, o la legge a servire l’uomo?
Perché se la legge diventa fine a se stessa, allora può accadere l’inaccettabile paradosso: che un medico debba rinunciare a curare in nome della legalità, che un intervento umanitario venga ostacolato pur rispondendo a un’urgenza vitale, che la guerra venga giustificata come applicazione di un ordine, e non interrogata come sospensione dell’umano.
E allora la storia sembra non insegnare nulla, se continuiamo a riprodurre questa frattura tra legalità e giustizia.
Ma se spostiamo lo sguardo sul nostro presente, anche nel nostro contesto nazionale e politico, emerge un ritorno sottile ma evidente: la nostalgia per un ordine forte, per una figura capace di ristabilire la legge attraverso la forza della legge stessa, per una leadership che si presenta come incarnazione assoluta della norma. In questa dinamica si inserisce anche un fenomeno linguistico significativo: l’uso del suffisso “-issimo”, riferendosi a una figura politica contemporanea, indica una trasformazione simbolica del ruolo in assoluto. Unafigura che si auto-eleva a superlativo del proprio incarico, come se l’autorità fosse potenziata fino a diventare quasi qualitativamente diversa dagli altri.
In tempi di incertezza, la società tende a cercare figure che semplifichino la complessità del reale, che restituiscano l’illusione di un ordine immediato, chiaro, indiscutibile. Ma questa chiarezza spesso si ottiene al prezzo della riduzione del pensiero critico e della delega della coscienza.
E qui il pensiero filosofico diventa inevitabile.
Perché se sono stata formata alla filosofia, se la filosofia è stata il mio modo di abitare il pensiero, allora ciò che mi resta non è l’adesione a una posizione, ma il dovere del dubbio. Il dovere della domanda.
Nietzsche, quando parla della morte di Dio, non sta semplicemente annunciando la fine di una fede religiosa. Sta descrivendo un passaggio più radicale: la fine di un’autorità esterna assoluta che decide per l’uomo il bene e il male. La conseguente responsabilità dell’individuo di diventare misura di se stesso, di assumere su di sé il peso della valutazione etica. Dio è morto significa anche questo: che l’uomo non può più delegare completamente la giustizia a un principio esterno, ma è chiamato a esercitare il pensiero critico come forma di autonomia.
E forse, allora, si apre la possibilità più difficile, ma anche più necessaria: quella di una coscienza individuale che non attende l’autorizzazione di uno Stato, di una religione o di un’ideologia per riconoscere l’ingiustizia.
Non si tratta di negare le leggi. Si tratta di ricordare che le leggi, in ultima istanza, dovrebbero essere strumenti dell’umano e non il contrario.
E quindi forse si comprende anche perché esistano persone che attraversano il mare per portare aiuti in zone di guerra, sapendo di muoversi in uno spazio di tensione tra legalità e necessità morale. Non perché si pongano al di sopra della legge, ma perché interrogano il confine stesso tra ciò che è legale e ciò che è giusto.
E in questo interrogare continuo si gioca forse la parte più alta del pensiero filosofico: non accettare passivamente ciò che è dato, ma restare nella domanda.
Perché alla fine la questione non è solo che cosa sia la legge.
La questione è se siamo ancora capaci di riconoscere la giustizia quando la legge tace.

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