venerdì 6 marzo 2026

Sacralizzazione del potere e rovesciamento teologico: dal Dio nell’uomo al Dio ridotto all’uomo

                         

                         

La scena in cui alcuni leader religiosi evangelici impongono le mani sul presidente Donald Trump nello Studio Ovale, invocando lo Spirito Santo affinché guidi le sue decisioni politiche e militari, può essere interpretata, da un punto di vista filosofico, come un episodio di teologia politica operante. Non si tratta soltanto di un atto devozionale, ma di un gesto simbolico che inserisce il potere decisionale di un Capo di Stato dentro una struttura di legittimazione trascendente.

 

Il problema filosofico non consiste nella fede personale del leader né nella libertà religiosa di chi lo circonda. Il nodo teorico riguarda piuttosto la configurazione della responsabilità morale quando la decisione politica viene inscritta entro una cornice teologica.

 

Nella modernità politica la responsabilità delle decisioni appartiene all’agente umano che le prende. L’ordine politico moderno, infatti, presuppone che il potere sia imputabile: chi decide è responsabile delle conseguenze della decisione.

 

Questo principio è centrale nella filosofia morale di Immanuel Kant, per il quale l’agente morale è responsabile delle proprie azioni proprio perché è libero e autonomo. La moralità presuppone l’autonomia della volontà: l’uomo deve poter rispondere delle proprie decisioni davanti alla ragione.

 

Quando però l’azione politica viene presentata come guidata da Dio, voluta e compiuta in nome di Gesù, si introduce una forma di eteronomia teologica: la decisione non appare più come risultato della deliberazione umana, ma come possibile manifestazione di una volontà trascendente.

 

In questa prospettiva si produce una trasformazione radicale della struttura della responsabilità.

 

La catena causale che conduce agli effetti dell’azione non termina più nell’agente umano. Essa viene simbolicamente prolungata verso il principio divino che avrebbe ispirato o benedetto la decisione.

 

Quando tale dinamica riguarda decisioni di guerra, il problema assume una portata ancora più drammatica. Se la guerra viene percepita come voluta o sostenuta da Dio, la responsabilità delle morti che ne derivano tende a essere trasferita dalla sfera umana alla sfera trascendente e necessitata.

 

In questo modo la violenza storica può essere interpretata come parte di un disegno provvidenziale. La storia conosce già dinamiche simili: durante le Crociate il conflitto politico veniva trasfigurato in missione religiosa.

 

Il punto filosoficamente più problematico, tuttavia, riguarda l’immagine stessa di Dio che emerge da questa dinamica.

 

Nella tradizione biblica e cristiana Dio è il principio della vita: il creatore che genera l’essere dal nulla e che infonde il soffio vitale nella materia inerte. Dio è colui che dona la vita.

 

Ma quando la violenza storica viene sacralizzata, questa immagine subisce una trasformazione simbolica. Il Dio della vita viene implicitamente convertito nel garante trascendente della distruzione prodotta dalla storia umana.

 

In altre parole, Dio diventa il fondamento simbolico della morte che gli uomini producono.

 

Per comprendere fino in fondo la portata di questo rovesciamento è utile richiamare la tradizione mistica e filosofica europea, in particolare il pensiero di Meister Eckhart.

 

Eckhart sviluppa una concezione radicale del rapporto tra Dio e l’uomo. Nella sua mistica compare l’idea del “fondo dell’anima” (Grund), una dimensione profonda dell’essere umano in cui Dio nasce continuamente, essendo sempre presente come possibilità assoluta. In questo fondo spirituale, secondo Eckhart, l’uomo può incontrare il divino perché il divino abita già nella profondità dell’anima.

 

Eckhart utilizza spesso immagini simboliche per descrivere questa relazione. Una delle più suggestive è quella dello specchio: Dio si riflette nell’anima umana come in uno specchio, e l’uomo, contemplando questa immagine, riconosce la presenza del divino in sé.

 

In questa prospettiva mistica la relazione tra Dio e l’uomo è dinamica: l’uomo si eleva verso Dio riconoscendo che il divino è già presente nella sua interiorità.

 

Un’altra immagine ricorrente nella mistica medievale è quella della fonte zampillante. Nell’interiorità dell’uomo esiste una sorgente spirituale da cui sgorga la vita divina. Questa immagine esprime l’idea che la presenza di Dio nell’uomo non sia statica ma dinamica, una sorgente viva che continuamente genera vita spirituale.

 

Questa intuizione mistica trova risonanze nella tradizione platonica. In Platone, l’anima possiede una dimensione divina e può elevarsi verso il mondo delle idee.

 

Nel Rinascimento, Marsilio Ficino interpreta l’uomo come un essere posto al centro dell’universo, capace di ascendere verso il divino attraverso la conoscenza e l’amore.

 

Questa visione raggiunge la sua formulazione più celebre nell’“Oratio de hominis dignitate” di Giovanni Pico della Mirandola, dove l’uomo viene descritto come un essere indeterminato che può elevarsi fino alla dimensione angelica oppure degradarsi verso la dimensione animale. L’uomo, dice Pico, è libero di diventare ciò che sceglie di essere.

 

In tutta questa tradizione filosofica e mistica il movimento fondamentale è ascensionale: l’uomo può elevarsi verso Dio perché il divino è già presente nella sua interiorità. Cioè, l'uomo può diventare Dio, diventare Uno. Si può verificare, così, un rovesciamento, dall'uomo in Dio.

 

La scena politica contemporanea può essere interpretata come una configurazione simbolica completamente diversa, che potremmo definire rovesciamento del rovesciamento.

 

Con la speculazione metafisica sull’anima l’uomo si eleva verso Dio riconoscendo la presenza del divino in sé. Nel dispositivo teologico-politico contemporaneo accade invece qualcosa di opposto: Dio viene simbolicamente chiamato a operare attraverso la decisione di un uomo politico.

 

Qui non è l’uomo che si eleva verso Dio. È Dio che sembra essere ricondotto alla dimensione dell’azione umana.

 

La sacralizzazione del potere non divinizza la politica: umanizza Dio fino a ridurlo a strumento della decisione umana.

 

Se la decisione politica viene presentata come guidata dallo Spirito Santo attraverso l’imposizione delle mani dei ministri religiosi, allora le decisioni storiche del leader politico possono apparire come decisioni divine.

 

In questo schema simbolico si produce un’inversione radicale:

            •          nella mistica eckhartiana l’uomo scopre Dio dentro di sé e si eleva verso il divino;

            •          nel dispositivo teologico-politico contemporaneo Dio sembra discendere nell’uomo politico per operare nella storia attraverso le sue decisioni.

 

Il movimento ascensionale della mistica diventa un movimento discensionale del potere.

 

Il risultato è un capovolgimento teologico: Dio non è più il principio trascendente verso cui l’uomo tende, ma diventa il principio che agirebbe nelle decisioni contingenti di un attore politico.

 

Questo implica una trasformazione radicale della responsabilità storica.

 

Se le decisioni politiche sono interpretate come decisioni guidate da Dio, allora la responsabilità delle conseguenze non appare più interamente umana.

 

È proprio contro questa dissoluzione della responsabilità che si muove la riflessione di Søren Kierkegaard, il quale insiste sul fatto che il rapporto con Dio è sempre un rapporto individuale e non può essere trasformato in strumento di potere storico.

 

Anche la critica di Friedrich Nietzsche alla religione come strumento di legittimazione del potere può essere letta in questa prospettiva: quando il linguaggio religioso viene utilizzato per giustificare l’azione storica, esso rischia di diventare una maschera simbolica della volontà di potenza.

 

Il problema filosofico decisivo diventa allora il seguente.

 

Quando il potere politico parla in nome di Dio, non si limita a trasformare la politica: trasforma anche l’immagine stessa del divino.

 

Il Dio della vita rischia di diventare il Dio della morte storica.

Il Dio trascendente diventa il Dio che decide attraverso le scelte contingenti di un uomo.

 

Ed è in questo punto che il rovesciamento diventa completo: non è più l’uomo che cerca di elevarsi verso Dio, ma è Dio che viene simbolicamente abbassato alla dimensione delle decisioni storiche dell’uomo.

 

Il divino non appare più come principio trascendente che giudica la storia, ma come principio che opera dentro la storia attraverso il potere umano.

 

Ed è proprio questa identificazione tra volontà divina e decisione politica che rende la sacralizzazione del potere uno dei problemi più delicati e filosoficamente inquietanti della storia delle civiltà.

 

In questi momenti il compito della filosofia diventa essenziale: riportare le decisioni storiche alla responsabilità degli uomini.

 

Il mondo dorme.

Dormono le coscienze. Dormono gli sguardi, anestetizzati dalle abitudini consolidate.

Abitudini che ci convincono a non chiedere, a non dubitare, a non interrogare.

Abitudini secondo cui la realtà si accetta così com’è, secondo cui le decisioni del potere sono inevitabili, secondo cui la storia accade senza responsabilità nostra.

 

È qui che interviene la filosofia.

È qui che interviene il filosofo.

 

Chi meglio del filosofo è abituato a guardare da prospettive diverse?

Chi meglio del pensatore critico sa smontare le apparenze, vedere ciò che è nascosto, intuire ciò che gli altri ignorano o rifiutano di vedere?

Chi meglio dello storico delle idee sa leggere la storia non come inevitabile, ma come costruita, plasmata dalle scelte degli uomini?

 

Il compito della filosofia oggi è risvegliare le coscienze.

Non per piacere, non per spettacolo, non per compiacere.

Ma per far capire che ciò che si prepara è gravissimo.

Non venti di guerra: tempeste di guerra, legittimate, sante, proclamate come necessità.

Quando un uomo cerca l’approvazione dei propri piani di morte in Dio, quando aspira a compiere azioni gloriose che lo trasformano in arbitro della vita e della morte, allora il mondo sta correndo verso il baratro.

 

E chi può denunciare tutto questo? Chi può far vedere ciò che la maggior parte delle persone, non allenata al pensiero critico, non è capace di vedere?

Il filosofo.

Il pensiero filosofico diventa strumento di resistenza, diventa mezzo per rompere le abitudini, per infrangere la cecità consueta, per svegliare chi dorme e far vedere la realtà in tutta la sua terribile grandezza.

 

Il filosofo oggi deve gridare: svegliatevi!

Svegliatevi dalla comodità delle abitudini mentali.

Svegliatevi dal sonno che consente ai potenti di invocare Dio per giustificare ciò che è disumano.

 

La filosofia deve scuotere. Deve disturbare. Deve rompere il silenzio delle coscienze addormentate.

Deve restituire agli uomini la responsabilità delle loro azioni.

Deve illuminare ciò che è nascosto dietro le preghiere pubbliche, i rituali e le legittimazioni apparenti.

 

E il messaggio è chiaro, radicale, urgente: non aspettate.

Non aspettate che le tempeste diventino catastrofi.

Non aspettate che la storia vi travolga mentre dormite.

Non fatevi ingannare dal potere che traveste la violenza da volontà divina.

 

Il tempo della filosofia è il tempo del risveglio.

Il tempo del pensiero critico è il tempo della resistenza.

Il tempo del filosofo è il tempo del grido:

 

Svegliatevi! Fate sentire la vostra voce!

 

Perché chi tace davanti alla menzogna diventa complice.

E chi tace davanti alla storia che si prepara tradisce se stesso, la propria coscienza e il futuro degli altri.

 

Il filosofo non offre consolazione: offre verità.

E chi ascolta deve rispondere, ora.

Prima che sia troppo tardi.

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Video della preghiera:  

https://www.ansa.it/sito/videogallery/mondo/2026/03/06/la-preghiera-per-trump-nello-studio-ovale_99f15ce4-a266-481b-957e-32151c6825ac.html

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giovedì 6 novembre 2025

Tesori dei Faraoni – Cronaca di una resurrezione

 di Lucia Mariano

Quel mattino Roma respira in un modo che non le appartiene. Non è il fiato dei motori, né la fretta degli uffici. È un respiro più antico, un soffio che sale dal ventre di pietra della città, come se avesse deciso, per un giorno soltanto, di ricordarsi del deserto. L’aria è sospesa, il cielo pare chinare il capo, in ascolto del passo dell’uomo.

Salendo verso il Quirinale, la città rallenta, si fa penitente. Ogni passo è una discesa nel tempo, un avvicinarsi al cuore immobile della memoria. Entrare alle Scuderie è discendere - o forse ascendere - nel ventre della storia. Là dentro, tra mura scure, il tempo si ferma, si dissolve. Tutto respira un’altra durata.

Davanti ai centotrenta capolavori giunti dall’Egitto, si entra in un rito. Ogni sala è una camera funeraria, un piccolo universo dove la morte è ancora un atto di fede, un atto d’amore. Si cammina in silenzio. La voce metallica dell’audioguida accompagna come un sacerdote distratto che recita senza credere, ma dietro quella voce si può sentire altro: il fruscio del Nilo, la polvere delle mani che scolpirono la pietra, il sudore di chi credeva che la forma potesse fermare il nulla. Non è solo archeologia - è un grido umano che attraversa i millenni, un desiderio di sopravvivenza. È la fame di durata che conosco anch’io, donna del Novecento, smarrita tra rovine e desideri, in cerca nei segni del passato di una salvezza che somigli all’amore. 


Ogni oggetto è una voce. La pietra parla con lentezza, il metallo risponde con la luce, il legno sussurra nomi che nessuno sa più pronunciare. E camminando accanto a questi corpi immobili, si comprende che nulla è davvero morto. Tutto contiene un movimento nascosto, una pulsazione trattenuta — come il battito di chi dorme in un sarcofago. Forse la materia non tace: attende.

Nelle sale dedicate al potere, la regalità è sacrificio. Nei riti funerari, la morte non chiude, promette. È qui che l’uomo si riflette intero: nudo, fragile, divino. Come gli dèi di un popolo che sapeva inginocchiarsi davanti al mistero.


I pannelli, i video, le luci non interrompono la sacralità - la rinnovano. La mostra diventa una liturgia laica, una cattedrale del pensiero dove il sapere non spiega, accende. Qui la conoscenza non separa, unisce: lo studioso e il bambino, il credente e il profano, l’antico e il contemporaneo. Tutto si riconosce in un solo gesto: amare ciò che resiste. Ogni cosa vibra come se l’universo intero avesse scelto la bellezza come ultimo rifugio contro la dissoluzione. La mostra non vuole stupire, ma educare lo sguardo. Non a venerare il potere, ma a ricordarne la fragilità.

Forse Tesori dei Faraoni non è un viaggio nel passato, ma una rivelazione del presente.

In fondo anche noi, uomini digitali, corriamo per sottrarci alla morte: accumuliamo immagini invece di mummie, dati invece di formule sacre. Ma la fame è la stessa. Vogliamo durare. Vogliamo che qualcosa, almeno un segno, resti a testimoniare che siamo stati vivi.

E forse, proprio qui - tra ciò che resiste e ciò che scorre - la vita si ricompone nel suo mistero più semplice: non vivere per sempre, ma non essere dimenticati.








 

domenica 18 maggio 2025

“Vite da raccontare”: Gallipoli rende omaggio al Prof. Luigi Coppola, luce di scienza e umanità

di Lucia Mariano

Nella suggestiva cornice della Biblioteca Comunale di Gallipoli, si svolge una serata carica di emozione e memoria. Il Lions Club di Gallipoli, sotto la guida del Presidente Clemente Manco, dedica al Prof. Luigi Coppola il service Vite da raccontare, un tributo che illumina il profilo di un uomo che ha segnato profondamente la storia della medicina pugliese e il cuore della sua città.

Nel silenzio raccolto della sala, il moderatore Gian Maria De Marini intreccia con delicata maestria scienza e umanità, passato e presente, innovazione e affetto. Lamberto Coppola racconta il padre come un uomo di scienza e visionario che attraversa il Novecento con coraggio e dedizione. Luigi Coppola fonda nel 1946 il primo reparto di Ostetricia e Ginecologia in tutta la Puglia, un luogo dove ogni nuova vita nasce protetta dalla sua instancabile passione. Questa straordinaria conquista rappresenta un’eredità tangibile, simbolo di un impegno che unisce ricerca e cuore. Giovanni Andrea Coppola, nipote, apre un varco verso l’intimità del professore, descrivendolo non solo come medico eccellente, ma anche come nonno e uomo di straordinaria umanità. Dipinge un uomo che sa accogliere la fragilità con uno sguardo pieno di calore e delicatezza, un medico che cura non solo il corpo, ma anche l’anima.

Gallipoli, città sospesa tra il mare cristallino e la pietra antica, accoglie con orgoglio questa memoria viva. Le sue strade e i suoi vicoli respirano la storia di un uomo che trasforma la sanità locale in un laboratorio di speranza e cura. Qui, tra le onde del tempo e il profumo del vento salmastro, il lascito di Luigi Coppola si fa sentiero di bellezza e umanità per chi verrà.

Questa serata si trasforma in una celebrazione della vita stessa: il racconto delle radici che ci sostengono, la testimonianza di una passione inesauribile e di un amore incondizionato per il prossimo.

Il Lions Club di Gallipoli, si impegna ogni giorno nel miglioramento della società attraverso iniziative concrete di solidarietà, cultura e promozione dei valori civici. Con Vite da raccontare manifesta la volontà di dare voce a chi ha donato alla comunità il proprio talento e la propria anima, per ispirare le nuove generazioni a coltivare umanità, scienza e dedizione.












domenica 4 maggio 2025

Donald Trump vestito da Papa: un gesto disturbante che rivela il pericolo dell’egolatria nell’era dell’intelligenza artificiale

di LUCIA MARIANO

 

L’immagine virale di Donald Trump vestito da papa, generata con l’intelligenza artificiale e condivisa pubblicamente dall’ex presidente (e poi rilanciata perfino dalla Casa Bianca), non è solo una boutade ironica. È un atto simbolico, grave e profondamente inquietante, che rivela molto del presente politico americano e globale, e ancora di più delle derive narcisistiche del potere nell’era digitale.

Sebbene alcuni abbiano tentato di derubricare l’immagine come uno scherzo, non si può ignorare la carica simbolica e ideologica dell’accostamento tra la figura papale — massima autorità spirituale del cattolicesimo — e quella di Trump, leader populista con tratti sempre più autoritari. Un uomo che si mette, letteralmente, nei panni del papa, in un momento di lutto globale, compie un gesto che sfiora la blasfemia.

Non si tratta solo di cattivo gusto. È un’esibizione di potere totalizzante: Trump non vuole solo essere leader politico, vuole essere profeta, padre, salvatore. È l’immaginario del leader carismatico-totalizzante, proprio delle derive fasciste del Novecento, che oggi si ripresenta in forma digitale.

 Il gesto si inserisce in una lunga tradizione di personalismi autoritari che, come insegnano filosofi come Hannah Arendt e Umberto Eco, trasformano la politica in culto della personalità. Ma nell’era dell’AI, questo culto si fa visione plastica, modificabile, decontestualizzata. La verità e l’immagine si fondono: non è più necessario essere qualcosa, basta sembrarlo.

Come scriveva Jean Baudrillard, nel postmoderno non c’è più distinzione tra reale e simulacro: un Trump vestito da papa, creato da una macchina, può avere effetti reali nel mondo — può orientare percezioni, consolidare un’identità narcisista, rafforzare un consenso già basato su simboli e paura.

Da un punto di vista psicologico, il gesto rivela tratti da narcisismo patologico: un’identificazione onnipotente con la figura più distante dalla propria storia e moralità, quella del pontefice. È una modalità classica dei soggetti con tratti narcisistici e antisociali: appropriarsi di simboli sacri per elevare sé stessi al di sopra della legge, della religione, della storia.

Lo psicoanalista Erich Fromm parlava di “egolatria” — l’adorazione del sé — come tratto tipico delle società malate di potere. In questo gesto, Trump non ridicolizza il papa: lo ingloba, lo supera, si fa oltre-papa. E in questo “oltre” c’è tutta la pericolosità di una politica che non riconosce più limiti.

Infine, la questione più grave: il ricorso sempre più spregiudicato all’intelligenza artificiale per costruire narrazioni visive potentissime, virali, difficilmente distinguibili dalla realtà. Se oggi un leader può fingersi papa con un clic, cosa impedirà domani a un dittatore di crearsi un passato, un martirio, un miracolo?

L’intelligenza artificiale usata così non è più uno strumento creativo, ma un’arma semiotica. E Trump lo sa: con quell’immagine si auto-incorona, si auto-canonizza, si rende immortale nella memoria collettiva.

La morte di Papa Francesco ha lasciato un vuoto profondo in milioni di persone. È stata la scomparsa non solo di un capo religioso, ma di un simbolo globale di tenerezza, giustizia sociale e pensiero critico. Un pontefice che ha saputo farsi amare anche da chi credente non era, grazie al suo messaggio inclusivo, umano, fragile.

In questo momento di dolore collettivo, un’immagine ha fatto il giro del mondo: Donald Trump, vestito da Papa, in abiti bianchi e mitria d’oro, con lo sguardo austero e le mani benedicenti. Un falso generato con intelligenza artificiale. Una caricatura digitale. Ma soprattutto: un messaggio politico.

Non è satira. Non è arte. È appropriazione.

Nel tempo breve che separa il lutto dalla ricostruzione della memoria, Trump ha violato uno spazio sacro, ha sovrapposto la sua immagine a quella del pontefice, iniettando la propria figura narcisistica nel cuore dell’immaginario spirituale del mondo. E lo ha fatto non con una dichiarazione ufficiale o con un gesto d’onore, ma con un travestimento grottesco, artefatto e inquietante. Una mossa apparentemente ironica che, in realtà, nasconde un progetto di dominio simbolico.

Il gesto di Trump va compreso nella cornice più ampia della sua estetica politica: non governare la realtà, ma manipolarne l’immagine. Trump è figlio di un tempo che non crede più nella verità oggettiva, ma solo nella potenza della percezione. Per questo, non si limita a parlare alla sua base: invade i sogni, si installa nei traumi, si traveste da salvatore, da re, da martire, da messia.

È il leader che assorbe ogni vuoto: quello lasciato dalla morte, dalla delusione, dalla crisi delle istituzioni. Dove crollano i simboli condivisi, Trump si impone come simbolo alternativo, ipertrofico, deformato, ma seducente. In questo senso, il suo “essere Papa” non è un meme: è una candidatura ontologica.

Sta dicendo: “Io sono tutto. Sono anche il sacro.”

C’è un’immagine antica e terribile che può aiutarci a capire meglio questo gesto: quella degli avvoltoi. Animali che non cacciano, non partecipano alla vita della preda, ma attendono che il corpo si raffreddi, che la carne inizi a disfarsi. Solo allora si avventano, con precisione chirurgica, divorando ciò che resta. Non celebrano la morte, ne fanno commercio. Non piangono il cadavere, lo consumano.

Donald Trump, con il suo “omaggio” ufficiale alla salma di Papa Francesco e poi con la diffusione dell’immagine di sé stesso vestito da pontefice, ha agito da avvoltoio politico. Ha atteso che il dolore si sedimentasse, che la figura reale del Papa si eclissasse nella memoria, per poi occupare lo spazio psichico lasciato vuoto. È un gesto che unisce opportunismo, profanazione e calcolo, tipico di chi trasforma ogni crisi in una vetrina per sé.

Questa non è solo estetica del potere. È necrofilia simbolica: l’attrazione per ciò che è morto, da usare come strumento per affermare il sé. In psicologia, è la tendenza a cercare controllo attraverso la distruzione, a trarre forza non dal confronto vivo con la realtà, ma dalla sua dissoluzione. Trump, da tempo, non combatte nella politica dei vivi, ma nella guerra delle ombre: si impone dove crollano i riferimenti, dove la verità è incerta, dove il trauma diventa breccia.

In questo senso, l’immagine di “Papa Trump” non è satira, è invasione: entra nel vuoto lasciato da un’autorità spirituale e lo riempie con la caricatura del potere assoluto. Si presenta non solo come leader, ma come profeta, santo, unto dal destino. Sostituisce la compassione del sacro con il culto del sé, la guida morale con la seduzione del narcisismo.

Questa dinamica è pericolosa perché agisce sul terreno dell’immaginario collettivo, quello più difficile da difendere. Non c’è legge che protegga dal simbolo profanato. Non c’è Corte Suprema che possa sanzionare un’immagine generata con l’AI, condivisa milioni di volte, sedimentata nei desideri di chi sogna un leader “totale”.

Vestirsi da Papa, fosse anche per gioco, significa cancellare la distinzione tra potere spirituale e potere politico. Significa mescolare, deliberatamente, ciò che la civiltà democratica ha separato per garantire la libertà: fede e governo, rivelazione e rappresentanza. In questo senso, il gesto è teocratico e insieme autoritario: suggerisce che un uomo, e solo uno, possa incarnare ogni autorità possibile, al di là del consenso, del diritto, della storia.

Per chi difende i principi laici, democratici e pluralisti, questo è un campanello d’allarme. Un gesto apparentemente ridicolo, ma profondamente tossico, perché dissolve le differenze, i limiti, le barriere che proteggono il cittadino dall’idolatria del leader.

Non basta indignarsi. Non basta ridere. Davanti a queste operazioni di saccheggio simbolico, bisognariconquistare lo spazio dell’immaginario. È necessario che la politica offra alternative di senso, figure reali di cura, giustizia e speranza. Deve difendere il tempo del lutto, della riflessione, della complessità, contro la propaganda dell’istante e dell’assoluto.

 

La politica non è solo programma, è anche mitologia viva. E se non la scriviamo noi, lo faranno altri, con Photoshop, con l’AI, con i meme e con la manipolazione del dolore collettivo.

La morte del Papa è stata un momento di silenzio. Trump lo ha riempito col rumore del suo ego. Tocca a noi, ora, riprenderci la parola.

 

Perché in un un mondo dove il potere si misura in visualizzazioni e il consenso è istantaneo, serve una risposta lucida, etica e culturale. Perché quando il potere diventa immagine e l’immagine diventa religione, la democrazia rischia di morire.

 



ph: www.huffingtonpost.it



 

mercoledì 21 agosto 2024

LA DISUGUAGLIANZA DELL’EMPATIA

Le Tragedie Visibili e Invisibili nella Nostra Società

di Lucia Mariano

 


Il naufragio del veliero Bayesian, avvenuto il 19 agosto,  ha colpito profondamente molti di noi, suscitando un'onda di cordoglio e riflessione. La perdita di vite in un evento così tragico merita sicuramente la nostra attenzione e compassione. Tuttavia, è fondamentale chiedersi perché questa tragedia riceva una risposta emotiva e mediatica così intensa mentre, ogni giorno, i migranti disperati che tentano di attraversare il Mediterraneo per cercare una vita migliore spesso vengono ignorati.

 Karl Marx, nella sua analisi delle società, ci ricorda che "la storia di ogni società finora esistita è storia di lotte di classi". La nostra risposta emotiva alle tragedie non è esente da questo meccanismo. Le vittime del naufragio del veliero Bayesian, appartenenti a una classe sociale privilegiata, ricevono attenzione perché rappresentano il potere e la ricchezza, mentre i migranti – spesso invisibili e senza voce – rimangono relegati a un secondo piano, ridotti a semplici numeri in un bollettino di cronaca. Questa disuguaglianza nella nostra empatia riflette le disuguaglianze intrinseche nel nostro sistema sociale ed economico. La vita di chi ha privilegi o status sembra avere un valore più alto rispetto a quella di chi è marginalizzato e sfruttato. La tragedia dei migranti non viene celebrata con lo stesso fervore, e questo non è solo un peccato di omissione, ma una manifestazione concreta delle lotte di classe di cui parlava Marx.

 

A tale proposito si potrebbe parlare di empatia selettiva, un concetto che si ricollega alle osservazioni di Adam Smith nella sua "Teoria dei sentimenti morali". Smith argomenta che la nostra capacità di simpatia - un termine che usava per descrivere quello che oggi chiamiamo empatia - non è universale ma limitata dalla nostra percezione della vicinanza e della somiglianza. Nella sua analisi, Smith evidenzia che tendiamo a provare una maggiore intensità di emozioni e sostegno per le vittime che percepiamo come più simili a noi o appartenenti a classi sociali elevate. Questo significa che la nostra empatia è spesso riservata a coloro che consideriamo più prossimi o affini, mentre le sofferenze di persone lontane o estranee, come i migranti, tendono a suscitare meno coinvolgimento emotivo. Questa selettività nella nostra risposta empatica contribuisce a una disconnessione tra le nostre emozioni e le reali necessità umanitarie. Tale selettività nella nostra empatia può creare una disconnessione tra il nostro stato emotivo e le reali necessità umanitarie. Di fronte a crisi che coinvolgono migranti o individui meno privilegiati, la nostra risposta emotiva può risultare superficiale o addirittura assente. La disconnessione, perciò, può ridurre la motivazione ad agire e a mobilitare risorse adeguate per le crisi meno visibili. Inoltre, la ripetizione di notizie tragiche e la mancanza di novità contribuiscono ulteriormente a questo fenomeno, diminuendo l’impatto emotivo e l’impegno verso le crisi meno mediatizzate. Quando si verificano naufragi come quello del veliero Bayesian, le risorse e le tecnologie disponibili per le operazioni di soccorso possono variare enormemente a seconda della visibilità mediatica e delle priorità politiche. Le tragedie che coinvolgono individui di alta classe sociale spesso ricevono una risposta più rapida e meglio equipaggiata, grazie all'accesso a tecnologie avanzate e infrastrutture adeguate. Al contrario, le crisi che riguardano migranti o persone meno privilegiate sono spesso affrontate con mezzi limitati e con una risposta più lenta, amplificando ulteriormente le disuguaglianze esistenti. Questa disparità nella risposta operativa riflette le stesse disuguaglianze che osserviamo nella nostra empatia e nella copertura mediatica.

 

Il fenomeno migratorio è un segnale di gravi ingiustizie globali e di crisi umanitaria che richiede una risposta urgente e concreta. Troppo poco viene fatto per affrontare le cause profonde dell'emigrazione forzata e per garantire che i migranti ricevano il supporto e la protezione di cui hanno disperatamente bisogno. Non è che il dolore per chi è ricco sia meno importante, ma dobbiamo riconoscere e affrontare il fatto che il dolore dei poveri e degli invisibili merita la stessa attenzione e compassione. Solo allargando la nostra empatia a tutti, senza distinzioni di status, e agendo con decisione per migliorare le condizioni di vita di chi è in difficoltà, possiamo aspirare a una società più giusta e umana. È tempo di rivedere le nostre priorità e garantire che ogni vita, indipendentemente dalla sua origine o posizione sociale, riceva il rispetto e la considerazione che merita.

 

 

Foto: ansa.it


venerdì 29 dicembre 2023

Maternità 'Cool' o Stereotipi Dannosi?

Riflessioni sulle Dichiarazioni della Senatrice Mennuni: Critiche, Prospettive di Genere e la Necessità di un Dialogo Inclusivo


Lavinia Mennuni - ph Radio Colonna

Nelle recenti dichiarazioni della Senatrice Lavinia Mennuni di Fratelli d'Italia, un acceso dibattito è stato innescato su questioni etiche, sociali e di genere, in particolare riguardo alla proposta di considerare la maternità come il culmine delle aspirazioni femminili.


La Senatrice, nel corso della trasmissione televisiva "Coffee Break" su La7, ha affermato: "La maternità deve diventare di nuovo cool. Dobbiamo fare sì che le ragazze di 18/20 anni vogliano sposarsi e vogliano mettere al mondo dei figli", sollevando una serie di preoccupazioni che meritano attenta riflessione.


In primo luogo, va sottolineato che la proposta della Senatrice Mennuni di elevare la maternità al vertice delle aspirazioni femminili sembra perpetuare stereotipi dannosi, limitando l'identità delle donne al ruolo di madre, trattandole quasi come mere incubatrici e trascurando la diversità delle loro aspirazioni e capacità. Inoltre, nel suo discorso, la Senatrice sembra concentrarsi unicamente sulle donne, trascurando il coinvolgimento degli uomini nel ruolo genitoriale, contribuendo così a rafforzare dinamiche di genere obsolete anziché promuovere un'equità più inclusiva.


Un rischio implicito nelle affermazioni della Senatrice è poi la possibile percezione che il valore di una donna sia legato intrinsecamente alla maternità, trascurando le numerose realizzazioni e contributi delle donne in ambiti diversi come carriere professionali, impegno sociale e creatività.


La focalizzazione discriminatoria sulla "precocità" di matrimoni e maternità solleva ulteriori preoccupazioni: limitare le opportunità educative e professionali delle donne può comportare gravi conseguenze sociali ed economiche, ignorando l'importanza dell'istruzione avanzata nel percorso di sviluppo personale e professionale delle donne.


La rappresentanza politica dovrebbe riflettere la diversità della società, promuovendo un ambiente inclusivo in cui le aspirazioni di ogni individuo, indipendentemente dal genere, sono rispettate e incoraggiate. Il dibattito suscitato dalle dichiarazioni della Senatrice Mennuni dovrebbe portare a una riflessione approfondita sulla necessità di promuovere una società basata sull'uguaglianza e sulla valorizzazione delle scelte individuali. Ogni persona dovrebbe godere del diritto di seguire un percorso in armonia con le proprie passioni e competenze.


 © Lucia Mariano

 

 

domenica 24 dicembre 2023

Alba di stelle

O Custode del firmamento, danza con me 

tra le note di un canto, nell'aria che intreccia i se… 

Stelle  cadenti, testimoni di un eterno momento, 

dipingono il cielo di un blu soave, maestoso e lento.

Prego con la luce delle stelle, sfiorata dal vento, 

che porti con sé dolci speranze, senza impedimento. 

In questo cielo notturno, un mare di desideri si specchia, 

come onde che accarezzano la riva, un amore che mai invecchia.

Nell'arco celeste, tra il giorno e la sera d'argento, 

scrivo con la penna dell'anima, in un eterno accadimento. 

Che la pace discenda, lieve come petalo di rosa, 

coprendo il mondo di calore, come coperta amorosa.

Signore del tempo, custode dell'universo immenso, 

guida i nostri passi in questo viaggio intenso. 

Sii faro nei sentieri intricati della vita, 

sciogli ogni nodo con la tua luce infinita.

Fa' che la melodia dell'armonia risuoni alta, 

oltre l'orizzonte, dove i sogni si abbracciano alla ribalta. 

Nel cuore di questa notte, nell'attimo eterno, 

siano gli auguri di un Natale sereno, dolce e fraterno.




© Lucia Mariano