sabato 28 marzo 2026

La politica in tavola: dal piatto di lenticchie alla bistecca al sangue

(Il presente articolo è un’analisi critica e un commento di natura giornalistica e filosofica sui fatti di pubblico dominio riguardanti Andrea Delmastro delle Vedove e Mauro Caroccia. Le opinioni espresse sono dell’autore e non costituiscono accuse di reati né affermazioni giudiziarie sui soggetti citati).

All’inizio non succede nulla.

Non c’è scandalo plateale. Solo gesti ordinari: una quota societaria, una frequentazione sospetta, un numero di cellulare che collega ciò che non dovrebbe.

 

Così nasce il caso di Andrea Delmastro delle Vedove.

E cresce per stratificazione, non per rottura.

E infatti arrivano le dimissioni.

 

Una bisteccheria. Tavoli, carne, ordinazioni.

Impossibile non pensare alle lenticchie di Esaù: un piatto concreto contro un valore astratto.

Delmastro come Esaù: scambia qualcosa di grande — fiducia, ruolo, primogenitura politica — per qualcosa di immediato, visibile, consumabile.

 

Non è il singolo gesto a essere sbagliato.

È la forma mentis.

 

Perché la leggerezza è esattamente questo: non vedere il peso delle cose finché non ti cade addosso. Non capire che una partecipazione societaria, una frequentazione, perfino un numero di cellulare condiviso possono diventare — nel contesto sbagliato — una miccia.

 

La miccia esplode quando la normalità stessa diventa insostenibile.

Quando la facilità con cui tutto si negozia diventa evidente.

Quando la politica smette di essere istituzione e diventa consumo immediato.

 

Mauro Caroccia è lì, come le lenticchie: non per sé, ma per il contesto che rende possibile lo scambio.

La politica italiana non punisce la leggerezza. La celebra. La normalizza. La incoraggia.

 

Le dimissioni? Non un atto eroico. Solo il riconoscimento che la leggerezza ha prodotto effetti leggibili dagli altri.

 

E qui arriva la morale: la vera tragedia non è un errore, ma la ripetizione quotidiana del gesto sbagliato, consumato come se fosse naturale.

Il potere ridotto a fame immediata, ad appetito che non misura conseguenze, a gesto ripetuto senza pensiero.

 

Il gesto di Delmastro è piccolo.

Ma il suo significato è enorme: la politica italiana è una società che mangia subito ciò che non dovrebbe scambiare mai.

Non c’è fame: c’è fretta.

Fretta di consumare, di possedere, di apparire.

 

Come Esaù, certo. Solo che qui il piatto non è di lenticchie, ma una "bistecca al sangue", e il prezzo non è la primogenitura, ma la credibilità di una carriera intera.

 

La politica italiana guarda il piatto, lo afferra, lo mangia.

E non si accorge nemmeno di ciò che ha perduto.


Lucia Mariano

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