giovedì 24 settembre 2026

Israele e Palestina: la storia che gli alberi continuano a raccontare

di LUCIA MARIANO 

Nel 2002, in Cisgiordania, una donna palestinese di nome Salma Zidane aveva un limoneto. Non era un simbolo, non era una bandiera, non era un'arma: era semplicemente il suo terreno, coltivato con i suoi alberi, il suo lavoro e il raccolto che quegli alberi le davano. Poi, accanto alla sua proprietà, venne costruita la casa dell'allora ministro della Difesa israeliano Shaul Mofaz. E improvvisamente quei limoni, che fino al giorno prima erano soltanto limoni, diventarono un problema.

Il ragionamento era quello della sicurezza: gli alberi potevano offrire copertura e impedire la sorveglianza della casa. Così si decise che dovevano essere abbattuti. Salma Zidane non accettò quella decisione e iniziò una battaglia legale che arrivò fino alla Corte Suprema israeliana. Da quella vicenda, qualche anno dopo, Eran Riklis trasse Il giardino di limoni, un film del 2008 che racconta proprio questo paradosso: una persona può ritrovarsi a difendere davanti alle istituzioni il diritto di continuare a possedere e coltivare gli alberi che ha sempre avuto, mentre dall'altra parte qualcuno, molto più potente, sostiene che quegli stessi alberi siano diventati improvvisamente una minaccia.

Per chi volesse vedere il film e conoscere questa storia attraverso il cinema, lascio qui il link: https://www.youtube.com/watch?v=VlYx8PbN00A

Mi è tornata in mente questa storia guardando quello che è successo nei giorni scorsi a Deir Nizam.

Perché siamo nel 2026, sono passati ventiquattro anni, e di nuovo ci sono alberi palestinesi che diventano un problema da eliminare. Questa volta sono ulivi. I bulldozer dell'esercito israeliano sono entrati nei terreni e hanno cominciato a sradicarli proprio alla vigilia della raccolta delle olive. Le immagini diffuse da Reuters mostrano le macchine mentre lavorano nei campi; i proprietari palestinesi raccontano di aver visto gli alberi spezzati e tirati fuori dalla terra. Le autorità israeliane hanno collegato l'operazione a ragioni di sicurezza e a un ordine militare relativo ai terreni interessati.

E qualcuno potrebbe chiedermi: ma con tutto quello che sta succedendo, con le persone che muoiono, con le case distrutte, con le famiglie spezzate, perché dovremmo fermarci a parlare degli alberi?

È una domanda legittima.

E la risposta è che non sto mettendo un albero sullo stesso piano di una persona. Non penso affatto che un ulivo valga quanto una vita umana. In una guerra, la morte di una persona è una tragedia infinitamente più grande della distruzione di un albero.

Ma proprio per questo gli alberi mi interessano.

Perché non sono qui per sostituire le persone nella storia. Sono qui per mostrarci, in una forma quasi elementare e visibile, come funziona il potere quando diventa prepotenza.

Un albero non spara, non combatte, non prende decisioni. Eppure può essere reciso perché qualcuno stabilisce che non deve più stare lì. Dietro quell'albero, però, c'è una persona che lo ha piantato, una famiglia che vive del raccolto, una terra che viene coltivata, una storia che viene tramandata.

E allora l'albero diventa una traccia.

Un modo per vedere ciò che accade alle persone anche quando non sono loro, materialmente, a essere colpite in quel momento.

La guerra è anche questo. Non soltanto la morte e la distruzione, ma anche lo sradicamento degli alberi, del lavoro, del raccolto, della memoria, della possibilità stessa di restare. E forse è proprio qui che si misura tutta la povertà della guerra: nel momento in cui non si accontenta di togliere la vita, ma arriva a colpire anche ciò che la vita ha fatto crescere.


domenica 20 settembre 2026

Tajani ci ha spiegato come scegliere una moglie.

 di Lucia Mariano



La moglie ideale non è quella più appariscente: potrebbe avere avuto troppi fidanzati ed essere “portata a mettere qualche cornetto”. Meglio quella “meno appariscente”, “più seria”, “più affidabile”, una “buona madre di famiglia”. Dettaglio decisivo per la certificazione della virtù: “le gonne un po’ più lunghe”.

Capito il criterio?

La fedeltà si misura in centimetri di stoffa. La serietà in centimetri di pelle esposta. La rispettabilità, evidentemente, si indossa. Un uomo guarda una donna, ne valuta l'abbigliamento, ricostruisce la sua biografia sentimentale e infine stabilisce se sia materiale da moglie.

Non è una persona, è un curriculum morale con le gambe.

Ora facciamo un esperimento. Prendiamo esattamente questa logica e cambiamo soltanto il mittente. Se un Imam dicesse: scegli una donna con la gonna lunga, perché quella che si veste in modo più vistoso è meno seria, più tentata dal tradimento e meno adatta alla famiglia, probabilmente la destra griderebbe -giustamente -al patriarcato, al controllo del corpo femminile, alla morale imposta alle donne. Quando lo dice Tajani, invece, diventa un “consiglio per il figlio”.

Il problema non è la gonna lunga. Né quella corta. Il problema è l'idea che la gonna possa funzionare da certificato di virtù.

La destra offre una prestazione quasi comica: individua il patriarcato con straordinaria precisione quando lo trova nella casa altrui, ma quando lo incontra nel proprio salotto lo scambia per buon senso, tradizione e premura paterna.

Il patriarcato, del resto, ha molte mise: talvolta impone il velo, talvolta raccomanda la gonna lunga, talvolta si presenta in giacca e cravatta e dispensa consigli matrimoniali. La stoffa cambia. La pretesa resta: un uomo decide quale abbigliamento renda una donna rispettabile.

Naturalmente, una frase di Tajani non equivale alle coercizioni di un regime teocratico. Confondere un'opinione con una legge sarebbe intellettualmente pigro. Ma fingere che non esista alcuna parentela tra le due logiche sarebbe altrettanto comodo. In entrambi i casi, il corpo femminile viene sottoposto a una lettura morale da parte di un'autorità maschile. La differenza è che, in un caso, la prescrizione può diventare violenza istituzionale; nell'altro si presenta come consiglio, galanteria, educazione sentimentale.

Il dominio non comincia sempre con la polizia morale. A volte comincia con una battuta. Con un “io a mio figlio direi”. Con una gonna. E poi ci si stupisce se qualcuno fa notare che il problema non è soltanto chi obbliga una donna a coprirsi. È anche chi pretende di stabilire quanto debba scoprirsi per essere considerata degna.

Ma tranquilli: se il consiglio arriva da un Ministro Italiano, non è patriarcato. È sartoria morale. Con tanto di certificato di buona famiglia.

 

mercoledì 2 settembre 2026

DENTRO LA POLITICA, OLTRE LA POLITICA

di LUCIA MARIANO 

Ieri sera, a Martina Franca, agli Orti del Duca, ho partecipato all’inaugurazione della Festa regionale dell’Unità, che proseguirà fino al 6 settembre.

 

Vi ho preso parte anche nella mia veste di redattrice di Insieme per la Puglia, il giornale diretto e curato dall’Onorevole Gero Grassi, esperienza editoriale attraverso la quale raccontiamo una regione nelle sue contraddizioni, nelle sue energie e nelle sue domande.

 

Ho avuto il piacere di incontrare Gianrico Carofiglio, Roberto Speranza  e di rincontrare Domenico De Santis, Segretario regionale del Partito Democratico, ideatore della nostra testata giornalistica.

 

Ma più degli incontri, ieri sera mi interessava il luogo.

 

Una festa politica è, in fondo, una piccola agorà contemporanea. Un luogo nel quale le idee cercano le persone e le persone cercano risposte. Un luogo nel quale il dissenso può diventare confronto e la distanza, se non viene trasformata in muro, può diventare occasione di pensiero.

 

La politica ha bisogno di tornare ad abitare questi spazi.

 

Perché quando perde il contatto con la realtà rischia di diventare soltanto amministrazione del presente; quando invece accetta di interrogare il presente, può ancora provare a immaginare il futuro.

 

E forse è proprio questo il senso più autentico del raccontare.


Guardare. Ascoltare. Porre domande. Non smettere di pensare.

 

È ciò che cercherò di fare, anche attraverso le pagine di Insieme per la Puglia.


Ieri sera è cominciata una festa.

 

Per chi osserva la politica con gli occhi del giornalismo, è cominciato anche un racconto.