lunedì 15 giugno 2026

Santa Margherita sulla gravina - di LUCIA MARIANO



La gravina di Mottola si apre all’improvviso, come una ferita antica nella pietra. Non ha nulla di spettacolare nel senso moderno della parola. Non cerca l’effetto. È lì da secoli, immobile, con la sua verità di roccia, di vento e di sole.

Sopra quel vuoto scavato dal tempo sorge Santa Margherita.

È pietra nella pietra. Sembra nata dalla stessa mano che ha inciso la gravina, dallo stesso lento lavoro della natura e della storia. Avvicinandosi, si ha l’impressione che il confine tra ciò che è stato costruito e ciò che è sempre esistito svanisca.

Intorno c’è il respiro della campagna pugliese. Gli ulivi contorti, l’erba secca d’estate, il canto lontano degli uccelli rapaci che risalgono le correnti d’aria dal fondo della lama.

Le pareti della chiesa conservano tracce di uomini che hanno vissuto un’esistenza povera e intensa, quando la fede non era un argomento ma una necessità quotidiana, come il pane e l’acqua. Gli affreschi ben conservati sembrano emergere dalla penombra come opere d’arte da ammirare, come presenze. Volti che hanno continuato a guardare il mondo mentre generazioni intere passavano oltre.

Fuori, la gravina continua il suo dialogo silenzioso con il cielo.

Guardandola dall’alto, si comprende quanto questo luogo appartenga a una Puglia diversa da quella delle cartoline. Una Puglia aspra, contadina, quasi biblica. Una terra che conosce la fatica e il silenzio, e che proprio per questo custodisce una bellezza difficile da spiegare.

Nel silenzio della gravina, tra la luce bianca della pietra e l’ombra delle sue grotte, sembra ancora possibile sentire la voce lontana di un mondo che non esiste più, ma che qui non è mai davvero scomparso.





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