giovedì 6 novembre 2025

Tesori dei Faraoni – Cronaca di una resurrezione

 di Lucia Mariano

Quel mattino Roma respira in un modo che non le appartiene. Non è il fiato dei motori, né la fretta degli uffici. È un respiro più antico, un soffio che sale dal ventre di pietra della città, come se avesse deciso, per un giorno soltanto, di ricordarsi del deserto. L’aria è sospesa, il cielo pare chinare il capo, in ascolto del passo dell’uomo.

Salendo verso il Quirinale, la città rallenta, si fa penitente. Ogni passo è una discesa nel tempo, un avvicinarsi al cuore immobile della memoria. Entrare alle Scuderie è discendere - o forse ascendere - nel ventre della storia. Là dentro, tra mura scure, il tempo si ferma, si dissolve. Tutto respira un’altra durata.

Davanti ai centotrenta capolavori giunti dall’Egitto, si entra in un rito. Ogni sala è una camera funeraria, un piccolo universo dove la morte è ancora un atto di fede, un atto d’amore. Si cammina in silenzio. La voce metallica dell’audioguida accompagna come un sacerdote distratto che recita senza credere, ma dietro quella voce si può sentire altro: il fruscio del Nilo, la polvere delle mani che scolpirono la pietra, il sudore di chi credeva che la forma potesse fermare il nulla. Non è solo archeologia - è un grido umano che attraversa i millenni, un desiderio di sopravvivenza. È la fame di durata che conosco anch’io, donna del Novecento, smarrita tra rovine e desideri, in cerca nei segni del passato di una salvezza che somigli all’amore. 


Ogni oggetto è una voce. La pietra parla con lentezza, il metallo risponde con la luce, il legno sussurra nomi che nessuno sa più pronunciare. E camminando accanto a questi corpi immobili, si comprende che nulla è davvero morto. Tutto contiene un movimento nascosto, una pulsazione trattenuta — come il battito di chi dorme in un sarcofago. Forse la materia non tace: attende.

Nelle sale dedicate al potere, la regalità è sacrificio. Nei riti funerari, la morte non chiude, promette. È qui che l’uomo si riflette intero: nudo, fragile, divino. Come gli dèi di un popolo che sapeva inginocchiarsi davanti al mistero.

I pannelli, i video, le luci non interrompono la sacralità - la rinnovano. La mostra diventa una liturgia laica, una cattedrale del pensiero dove il sapere non spiega, accende. Qui la conoscenza non separa, unisce: lo studioso e il bambino, il credente e il profano, l’antico e il contemporaneo. Tutto si riconosce in un solo gesto: amare ciò che resiste. Ogni cosa vibra come se l’universo intero avesse scelto la bellezza come ultimo rifugio contro la dissoluzione. La mostra non vuole stupire, ma educare lo sguardo. Non a venerare il potere, ma a ricordarne la fragilità.

Forse Tesori dei Faraoni non è un viaggio nel passato, ma una rivelazione del presente.

In fondo anche noi, uomini digitali, corriamo per sottrarci alla morte: accumuliamo immagini invece di mummie, dati invece di formule sacre. Ma la fame è la stessa. Vogliamo durare. Vogliamo che qualcosa, almeno un segno, resti a testimoniare che siamo stati vivi.

E forse, proprio qui - tra ciò che resiste e ciò che scorre - la vita si ricompone nel suo mistero più semplice: non vivere per sempre, ma non essere dimenticati.








 

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