di Lucia Mariano
Quel mattino Roma respira in un modo che non le appartiene. Non è il fiato dei motori, né la fretta degli uffici. È un respiro più antico, un soffio che sale dal ventre di pietra della città, come se avesse deciso, per un giorno soltanto, di ricordarsi del deserto. L’aria è sospesa, il cielo pare chinare il capo, in ascolto del passo dell’uomo.Salendo verso il Quirinale, la città rallenta, si fa penitente. Ogni passo è una discesa nel tempo, un avvicinarsi al cuore immobile della memoria. Entrare alle Scuderie è discendere - o forse ascendere - nel ventre della storia. Là dentro, tra mura scure, il tempo si ferma, si dissolve. Tutto respira un’altra durata.
Nelle sale dedicate al potere, la regalità è sacrificio. Nei riti funerari, la morte non chiude, promette. È qui che l’uomo si riflette intero: nudo, fragile, divino. Come gli dèi di un popolo che sapeva inginocchiarsi davanti al mistero.
I pannelli, i video, le luci non interrompono la sacralità - la rinnovano. La mostra diventa una liturgia laica, una cattedrale del pensiero dove il sapere non spiega, accende. Qui la conoscenza non separa, unisce: lo studioso e il bambino, il credente e il profano, l’antico e il contemporaneo. Tutto si riconosce in un solo gesto: amare ciò che resiste. Ogni cosa vibra come se l’universo intero avesse scelto la bellezza come ultimo rifugio contro la dissoluzione. La mostra non vuole stupire, ma educare lo sguardo. Non a venerare il potere, ma a ricordarne la fragilità.
Forse Tesori dei Faraoni non è un viaggio nel passato, ma una rivelazione del presente.
In fondo a
E forse, proprio qui - tra ciò che resiste e ciò che scorre - la vita si ricompone nel suo mistero più semplice: non vivere per sempre, ma non essere dimenticati.
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